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Licenziamento per giusta causa durante la malattia: cosa sapere

News

Molti pensano che un dipendente in malattia non possa essere licenziato. Non è così. La malattia protegge il posto di lavoro dalle conseguenze della malattia stessa, ma non mette al riparo da un licenziamento per giusta causa quando il lavoratore commette una violazione grave: una malattia simulata, un secondo lavoro svolto mentre si è a casa in malattia, attività che ritardano la guarigione. In questa guida vediamo cosa prevede la legge, quando il licenziamento è legittimo, chi deve provare cosa, come si raccolgono prove valide e cosa rischia l’azienda se sbaglia.

Si può licenziare un dipendente in malattia?

Sì, ma non per il fatto di essere malato. Durante la malattia il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto per un periodo stabilito dal contratto collettivo, il cosiddetto periodo di comporto. In quel periodo il datore di lavoro non può licenziarlo a causa delle assenze per malattia. Può invece licenziarlo per giusta causa, se il dipendente tiene un comportamento così grave da rompere il rapporto di fiducia. La malattia non sospende questo potere.

Malattia e periodo di comporto

L’art. 2110 del codice civile stabilisce che, in caso di malattia, il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto per il periodo previsto dalla legge, dai contratti collettivi o dagli usi. La durata del comporto varia molto da un contratto all’altro e spesso dipende dall’anzianità di servizio.

Il licenziamento per superamento del comporto è un caso diverso dalla giusta causa: non serve dimostrare nessuna colpa del lavoratore, basta che le assenze abbiano superato il limite previsto. In questa guida ci occupiamo dell’altro caso, quello in cui il lavoratore in malattia viola i propri obblighi.

Cos’è la giusta causa

Secondo l’art. 2119 c.c. la giusta causa è un fatto così grave da non consentire la prosecuzione, nemmeno provvisoria, del rapporto di lavoro. Per questo il licenziamento per giusta causa è immediato e senza preavviso. Il giudice valuta la gravità del fatto, l’intenzione del lavoratore, il ruolo che ricopre e le conseguenze per l’azienda. Pesa anche la storia del rapporto: un primo episodio isolato e lieve viene giudicato in modo diverso da una condotta ripetuta, per la quale l’azienda aveva già inviato richiami scritti o applicato sanzioni disciplinari minori.

Quando la malattia non protegge dal licenziamento

I casi che arrivano più spesso davanti al giudice del lavoro sono questi.

La malattia simulata

Il lavoratore che finge di essere malato, per esempio per allungare le ferie o per fare altro. È il caso più grave, perché si basa su un inganno verso l’azienda e verso l’INPS.

Le attività incompatibili con la malattia

Attività che dimostrano che la malattia non c’è, o che non impedisce davvero di lavorare. Chi è a casa per un forte mal di schiena e passa le giornate a scaricare materiale in un cantiere, per esempio.

Le attività che ritardano la guarigione

Anche se la malattia è vera, il lavoratore deve comportarsi in modo da non peggiorarla e da non ritardare il rientro. Viola i doveri di correttezza e buona fede chi, con una distorsione al ginocchio, gioca una partita di calcetto.

Il lavoro per altri durante la malattia

Lavorare per un’altra azienda o in proprio durante la malattia è spesso sia un’attività incompatibile sia una violazione dell’obbligo di fedeltà (art. 2105 c.c.), soprattutto se si tratta di un concorrente.

L’assenza alla visita fiscale

Non farsi trovare a casa nelle fasce di reperibilità senza un giustificato motivo comporta conseguenze economiche e può avere anche rilievo disciplinare, in particolare se ripetuto.

I certificati falsi o alterati

Un certificato ottenuto con l’inganno o alterato è anche un reato, oltre che una giusta causa di licenziamento.

Cosa può fare il datore di lavoro, e cosa no

Non può fare accertamenti sanitari

Lo Statuto dei lavoratori vieta al datore di lavoro di accertare direttamente l’idoneità e la malattia del dipendente (art. 5). Il controllo sullo stato di malattia si fa attraverso la visita fiscale dei medici dell’INPS, che il datore può chiedere.

Non può conoscere la diagnosi

Il certificato che riceve l’azienda indica solo l’inizio e la durata presunta della malattia, non la diagnosi. Ne parliamo nella guida su cosa vede il datore di lavoro negli attestati di malattia.

Può verificare i comportamenti

La giurisprudenza ammette che il datore di lavoro incarichi un’agenzia investigativa per accertare se il dipendente in malattia svolge attività incompatibili o che ne ritardano la guarigione. L’investigatore non valuta la malattia: documenta cosa fa il lavoratore.

La visita fiscale

Le fasce di reperibilità

Il lavoratore in malattia deve essere reperibile al domicilio indicato nel certificato in fasce orarie stabilite. Per i dipendenti privati sono dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19, tutti i giorni, compresi i festivi.

Quando l’assenza è giustificata

Visite mediche, esami, terapie o altre necessità documentate possono giustificare l’assenza, ma vanno provate. Uscire per commissioni ordinarie non è un giustificato motivo.

Le conseguenze

L’assenza ingiustificata comporta la perdita di una parte dell’indennità di malattia, che cresce in caso di assenze ripetute, e può essere contestata anche sul piano disciplinare.

Chi deve provare cosa

Nel giudizio sul licenziamento è il datore di lavoro che deve dimostrare i fatti che lo giustificano. Quando contesta un’attività svolta durante la malattia, deve provare che quell’attività c’è stata, quando e come. Sul fatto che fosse incompatibile con la malattia o che ne ritardasse la guarigione, il giudice si basa spesso su una consulenza medica, confrontando la patologia con quello che il lavoratore ha fatto.

Per questo una prova vaga non basta. Una foto senza data, una voce riferita da un collega, un post sui social senza contesto rischiano di non reggere. Servono fatti precisi: giorni, orari, durata, tipo di attività.

Come si raccolgono prove valide

L’osservazione in luoghi pubblici

L’investigatore osserva il lavoratore all’esterno: dove va, cosa fa, per quanto tempo. Documenta con foto e video, ripresi da luoghi pubblici.

Cosa documentare

Le attività fisiche, il lavoro per terzi, gli spostamenti, gli orari, le assenze dal domicilio nelle fasce di reperibilità. Ogni elemento con data, ora e luogo.

La relazione

Una relazione scritta e firmata, che l’avvocato o il consulente del lavoro usa per la contestazione e che l’investigatore può confermare in giudizio come testimone.

Cosa non fare

Non entrare nella casa del lavoratore, non riprendere l’interno dell’abitazione, non accedere a telefono o profili privati, non chiedere informazioni sulla diagnosi al medico. Prove raccolte così non servono e possono costare caro.

La procedura per il licenziamento

La contestazione disciplinare

Il datore di lavoro contesta i fatti per iscritto, in modo specifico, senza ritardi ingiustificati rispetto al momento in cui li ha accertati (art. 7 dello Statuto dei lavoratori).

Le difese del lavoratore

Il lavoratore ha almeno cinque giorni per difendersi, per iscritto o chiedendo di essere sentito, anche con un rappresentante sindacale.

Il licenziamento

Valutate le difese, l’azienda decide. Il licenziamento va comunicato per iscritto con i motivi. Se le prove sono solide, regge anche se intimato mentre il lavoratore è ancora in malattia.

Malattia, 104 e assenteismo: casi diversi

La falsa malattia viene spesso confusa con l’abuso dei permessi 104 o con l’assenteismo in generale. Le regole sono diverse: i permessi 104 servono all’assistenza di un familiare disabile e l’abuso si prova dimostrando che il permesso è stato usato per altro; l’assenteismo riguarda assenze non giustificate o timbrature false. Ne parliamo nelle guide sui permessi 104 e sull’assenteismo fraudolento.

Quando il licenziamento è illegittimo

Il giudice può annullare il licenziamento quando i fatti non sono provati, quando l’attività contestata era compatibile con la malattia, quando la contestazione è arrivata troppo tardi o è stata troppo generica, o quando la sanzione è sproporzionata. Capita, per esempio, con una passeggiata consigliata dal medico, o con una breve uscita per necessità durante una malattia che non impedisce di camminare.

Cosa rischia l’azienda se sbaglia

La reintegrazione

Per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015, se il fatto materiale contestato risulta insussistente, il giudice ordina la reintegrazione nel posto di lavoro e il pagamento di un’indennità (d.lgs. 23/2015).

L’indennità

Negli altri casi di licenziamento illegittimo il giudice riconosce un’indennità che, nelle aziende più grandi, va da un minimo di 6 a un massimo di 36 mensilità. Con uno stipendio di 2.000 € al mese significa da 12.000 € a 72.000 €, più le spese legali. Per i lavoratori assunti prima del 2015 si applicano regole diverse, legate all’art. 18 dello Statuto e alle dimensioni dell’azienda.

Un esempio di conti

Un’indagine di due giornate su un dipendente in malattia costa poche centinaia di euro. Un licenziamento che cade in giudizio per mancanza di prove può costare decine di migliaia di euro. Per questo conviene raccogliere i fatti prima di contestare, non dopo.

Gli errori da evitare

Muoversi troppo tardi

Se l’azienda conosce i fatti e aspetta mesi prima di contestarli, il licenziamento rischia di essere annullato per mancanza di immediatezza.

Affidarsi a chi non ha licenza

Le prove raccolte da un investigatore senza licenza della Prefettura possono essere contestate e non reggere.

Indagare sulla malattia invece che sui comportamenti

La diagnosi non va cercata. Il punto è cosa fa il lavoratore, non di cosa è malato.

Seguire il dipendente da soli

Un responsabile che pedina il collaboratore rischia di essere scoperto, di raccogliere prove deboli e di violare la privacy.

Tre esempi di come si lavora

Sono casi inventati a scopo illustrativo, costruiti sulle situazioni che vediamo più spesso. Servono a capire come si imposta un’indagine e quanto costa.

Il magazziniere con il mal di schiena

Un magazziniere è a casa con un certificato per lombalgia. Un collega racconta di averlo visto lavorare in un’officina. Si organizzano tre uscite da 4 ore negli orari indicati dal collega, con un agente: 3 × 4 × 65 € = 780 €, più 3 × 30 km × 0,87 € = 78,30 €. Se l’attività viene documentata, la relazione permette di contestare un lavoro incompatibile con la patologia dichiarata.

L’impiegato in malattia nei giorni del ponte

Un impiegato si mette in malattia ogni volta che c’è un ponte. Basta osservare due giornate mirate: 2 × 4 × 65 € = 520 €, più i chilometri. Se il lavoratore è effettivamente a casa, il sospetto cade e l’azienda lo sa con certezza.

Il tecnico che lavora per un concorrente

Un tecnico in malattia da settimane sarebbe stato visto da un cliente mentre faceva un intervento per un’altra ditta. Si muove molto, quindi serve una squadra: tre giornate da 6 ore costano 3 × 6 × 80 € = 1.440 €, più 3 × 50 km × 2 auto × 0,87 € = 261 €. Qui la relazione documenta insieme l’attività incompatibile e la violazione dell’obbligo di fedeltà.

Cosa succede se il lavoratore impugna il licenziamento

Il lavoratore ha 60 giorni dalla comunicazione del licenziamento per impugnarlo, anche con una semplice lettera. Poi ha 180 giorni per depositare il ricorso in tribunale o chiedere un tentativo di conciliazione (art. 6 della legge 604/1966). Nel giudizio l’azienda deve provare i fatti contestati: è lì che la relazione dell’investigatore e la sua testimonianza fanno la differenza. Spesso, davanti a prove solide, la causa si chiude con un accordo.

Cosa deve fare il lavoratore per essere in regola

Anche dal lato del lavoratore le regole sono semplici, e conoscerle evita contestazioni ingiuste.

  • comunicare subito l’assenza all’azienda e far trasmettere il certificato dal medico;
  • indicare nel certificato l’indirizzo dove si trova davvero durante la malattia;
  • essere reperibile nelle fasce orarie, e conservare la documentazione se deve uscire per visite o terapie;
  • evitare attività che possano peggiorare la malattia o ritardare il rientro, e non lavorare per altri;
  • in caso di dubbio su cosa può fare, chiedere al proprio medico e conservare l’indicazione.

Quando un’indagine non conviene

Non sempre serve un investigatore. Se il sospetto è vago, se riguarda un solo giorno di assenza o se non c’è nessun elemento concreto su cosa il lavoratore farebbe durante la malattia, conviene prima chiedere una visita fiscale e osservare l’andamento delle assenze. L’indagine ha senso quando ci sono indizi precisi: una segnalazione, assenze sempre negli stessi giorni, un’attività conosciuta che il lavoratore potrebbe svolgere. Al primo colloquio, che è gratuito, ti diciamo con franchezza se secondo noi vale la pena procedere.

Quanto costa un’indagine su un dipendente in malattia

Il lavoro sul campo costa 65 € l’ora per un agente, con un minimo di 4 ore per uscita (260 €), oppure 80 € l’ora per una squadra di due agenti (320 € per un’uscita di 4 ore). A questo si aggiungono 0,87 € al km per ogni auto impiegata. Due giornate da 4 ore con un agente costano 520 €; tre giornate da 6 ore con una squadra costano 1.440 €, più i chilometri. Prima di iniziare ricevi un preventivo scritto. Come lavoriamo lo trovi nella pagina sulle investigazioni su dipendenti infedeli, assenteismo e permessi 104.

Se il licenziamento viene dichiarato illegittimo, dal risarcimento si può detrarre quanto il lavoratore ha guadagnato nel frattempo con altri lavori: ne parliamo nella pagina sull’accertamento aliunde perceptum.

Domande frequenti

Si può licenziare per giusta causa un dipendente in malattia?

Sì, se ha commesso una violazione grave, come simulare la malattia o svolgere attività incompatibili. La malattia non sospende il potere di licenziare per giusta causa.

Il dipendente in malattia può uscire di casa?

Sì, fuori dalle fasce di reperibilità, purché quello che fa sia compatibile con la malattia e non ne ritardi la guarigione.

Il datore di lavoro può far seguire un dipendente in malattia?

Sì, tramite un’agenzia investigativa autorizzata, per verificare i comportamenti. Non può invece fare accertamenti sulla malattia, che spettano ai medici dell’INPS.

Andare in palestra durante la malattia è sempre vietato?

No. Dipende dalla malattia: un’attività leggera può essere compatibile o perfino consigliata. Va valutato caso per caso, spesso con l’aiuto di un medico.

Lavorare per un altro durante la malattia è motivo di licenziamento?

Spesso sì, perché dimostra che il lavoratore è in grado di lavorare o perché ritarda la guarigione, e può violare anche l’obbligo di fedeltà.

Le prove di un investigatore valgono davanti al giudice del lavoro?

Sì, se sono state raccolte in modo lecito. La relazione viene prodotta in giudizio e l’investigatore può essere sentito come testimone.

Quanto tempo ha l’azienda per contestare i fatti?

Non c’è un termine fisso, ma la contestazione deve essere tempestiva rispetto a quando l’azienda ha conosciuto i fatti. Aspettare troppo può far annullare il licenziamento.

La malattia durante le ferie interrompe le ferie?

Sì, se la malattia è certificata e comunicata, in linea di principio sospende le ferie. Anche qui valgono le fasce di reperibilità e le regole sui comportamenti compatibili.

Serve l’avvocato o basta il consulente del lavoro?

Per la contestazione spesso basta il consulente del lavoro. Se il lavoratore impugna il licenziamento, in giudizio serve un avvocato. Conviene coinvolgerli entrambi prima di contestare, così la contestazione è scritta bene fin dall’inizio.

Cosa succede se l’indagine non trova niente?

La relazione lo dice, e l’azienda evita un licenziamento sbagliato e una causa persa.



Agenzia Investigativa Torino

EA Intelligence

EA Intelligence è la divisione di EA Investigazioni dedicata ad aziende e studi legali. Agenzia autorizzata dal 1994.

P. IVA: 06814920010
Licenza art. 134 T.U.L.P.S. n. 70166 del 28/11/1994, oggi provvedimento n. 10091/2011, Prefettura di Torino.

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